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autoscatto

Storia di uno scatto

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Conosco Fabrizio Venerandi fin da quando leggevo i racconti “Io e Ce” su Macword. Praticamente comperavo Macword solo per leggere quei racconti casaligo-informatici geniali ed esilaranti.

Ho raccontato a Fabrizio come erano avvenuti alcuni miei scatti estratti dal libro “AFRIKA“, perché dietro ogni fotografia esiste una storia e mi piaceva l’idea di fondere il mio talento nel comunicare attraverso immagini con il suo di farlo attraverso le parole. Lui si è imedesimato nella storia e la ha rivissuta, raccontando l’immaginario di quel viaggio effettuato in Tanzania.

foto: Marko Tardito Racconto: Fabrizio Venerandi.

———————————————————-

La prima cosa che impari quando sei a Zanzibar è che sei un turista, cioè non è che esistono persone che vanno in Zanzibar e che possono integrarsi con l’ambiente e altre che invece ci fanno la figura da turisti, ma nel momento stesso in cui metti piede in Zanzibar, il tuo dna viene marchiato e da quel momento in poi la tua relazione con il posto è la tipica relazione di un turista e l’unica cosa che puoi fare è accettare quel tuo senso di estraneità cretina tipica dei turisti cercando di dosare la cafonaggine e la paraculaggine che da quel momento si attorciglieranno attorno al tuo francese stentato e attorno alla forma da monolite nero e piatto della tua carta di credito.

Noi in pratica scendiamo dall’aereo e vediamo una serie di taxi, cioè una serie di omini neri appoggiati ad auto che assomigliano a qualcosa che starebbe bene sulla copertina del disco degli U2 Achtung Baby, o di ambient lunge, auto che noi ci siamo guardati e abbiamo detto, ragazzi sono troppo etnic, facendo gli scemi e ridevamo troppo etnic e abbiamo anche indicato quella più etnic e abbiamo scelto quella, con il tassista che ci apriva tutte le portiere, cioè quasi tutte, alcune erano bloccate. In questo caso ‘molto etnic’ significava un auto costituita esclusivamente da forme geometriche prive di curve, sembrava essere stata tagliata in segheria. Corta.

Il tassista era amichevole e caloroso, l’interno dell’auto ancora di più.

Comunque, partiamo, intanto dobbiamo solo andare fino all’albergo, già prenotato, ridiamo, ogni buca mandiamo un gemito sodomitico e ci rendiamo conto che l’essenzialità delle forme in qualche modo aveva resa necessaria l’asportazione di qualsivoglia tipo di sospensioni.
“Tanto è solo fino all’albergo!” dico io e ridiamo.
Siamo ancora allegri. Anche il tassista si gira verso di noi e ci fa il segno della vittoria.
Ad un certo punto il tassista si ferma di fronte ad una specie di monumento. Dal finestrino mi sembra un monumento per qualche guerra, tipo quando c’è una terribile battaglia e viene lasciato un edificio distrutto e diroccato in memoria del male della guerra. In questo caso nel mezzo di una serie di palazzi dignitosi c’è questo rudere, crollato in parte, con il tetto preoccupantemente arcuato vero il basso.
“Che guerra hanno fatto qua?” chiedo io indicando il monumento.
“Boh” mi risponde M. “Spero solo che noi italiani non si c’entri un cazzo” chiosa.
Il tassista comunque non solo si è fermato ma evidentemente cerca di sganciarci una mancia supplementare perché a gesti cerca di farci scendere dal taxi per avvicinarci al monumento.
“No, no, niente turismo” faccio io. “Niente guida”
Il tassista vedendo che non scendiamo si avvicina ai finestrini e ci spiega che siamo arrivati.
“Quello è l’albergo” ci spiega in buon francese indicando la struttura pericolante.
“Ah” faccio io.
Il tassista non capisce, noi gli diciamo che l’albergo non è adatto a dei turisti come noi. Abbiamo un massimale più alto.
Il tassista si apre in un sorriso dentato di bianco. “Nessun problema” dice in un inaspettato italiano. “Io ho amico” dice ancora nella nostra lingua mater.

E con quel suo sorriso bianco e smagliante fa ripartire il taxxi e si inoltra per Zanzibar, l’isola.

Avevo in gioventù letto di gente che si perdeva su piccole isole disabitate e di come non si riuscisse mai ad esplorare completamente un isola per quanto piccola fosse e questi teneri ricordi d’infanzia affiorano man mano che l’auto si inoltra in strade sempre più disarticolate e babeliche e sempre più ricche di folkloristiche buche che il taxxi sembra usare per piccole impennate del motore.

Dopo un tempo che ci sembra interminabile arriviamo di fronte a un villaggio diroccato, una cosa molto naif con case una aggrappata all’altra per farsi coraggio, tutto molto etnico e noi scendiamo dal taxxi e guardandoci negli occhi capiamo che ora siamo disposti ad accettare qualunque cosa pur di non risalire sul taxxi, facciamo due o tre passi mentre il nostro virgilio parla con un indigeno con una forte gestualità e grassi rumori gutturali che arrivano fino a noi. Il villaggetto è in effetti molto caruccio e per un attimo pensiamo che no, abbiamo fatto bene, che dobbiamo uscire da questa mentalità del turista che vuole solo stare in posti comodi e omogeneizzati, il problema degli occidentali in genere è che partono per l’estero con il desiderio di conoscere altri modi di vivere, di condividere culture altrui, di scoprire nuovi modi di pensare e poi li ritrovi a boccheggiare con la carta di credito in mano in cerca di un negozio benetton, di un mac donald, di una qualunque fottuta fotocopia dell’occidente costruita ad hoc negli sperduti paesi cino-bulgar-african-world.

Il turista occidentale vuole vedere qualche monumento orientale circondato dagli avamposti commerciali del suo amato, caldo, protettivo occidente.

Noi no. M. adesso appoggiato al taxxi ha quasi un’aria eroica. Noi no, siamo venuti in Tanzania per conoscere “davvero” l’Africa. Per svincolarci dalla globalizzazione massificante e mentre ci guardiamo felici negli occhi e guardiamo il piccolo villaggio del cuore di Zanzibar il tassista torna e in un italiano stentato ci dice, no posto qua, no posto sorry, ma no problem e di nuovo ci fa il suo sorriso bianchissimo, che adesso è ancora più bianco perché si sta facendo notte.
“Come no posto?” fa D. terrorizzato guardando la porta aperta del taxxi.
“No posto, crashed, ma no problem, io amici” ci dice e sorride, e solo in quel momento si affaccia alla mia testa l’opzione paresi facciale.
F. sussurra qualcosa che non capiamo e rientra in auto, e noi tiriamo due calci alle pietre fuori dal taxxi, cercando inconsciamente di colpire l’amico tassista, e poi lo seguiamo.
taxxi
Quando il taxxi riprende la strada e si inoltra ancora, capiamo che il paesino che avevamo appena abbandonato non era nel cuore di zanzibar, al massimo era presso l’intestino.

Vorrei avere la voce e le parole adatte per descrivervi nel dettaglio tutte le soste che facemmo dei paesi sempre meno paesi e e sempre più ‘agglomerati di capanne’ che incontravamo, di come la notte avvolgesse con un certo frescore il taxxi, di come l’unica cosa che non cambiava era il bianco lucore del nostro schiavista-accompagnatore e di come la strada ormai avesse abbandonato ogni orgoglio e si fosse lasciata andare in un impreciso rottambulare di sassi, fosse e sterpaglie, ma l’unica cosa che ricordo è la faccia del nostro amico che appare dal finestrino e dietro ci sono queste ombre come di barche e, no, voglio descriverla meglio.

In pratica mi sveglio e sono in auto. Tutto è silenzio. D. è immerso nel buio. F. è davanti, non lo vedo neppure. La nostra guida è sparita. L’auto è ferma.
Mi avvicino al finestrino, fuori c’è la notte, e oltre la notte una seconda notte più bassa, che manda un rumore roco e profondo. È il mare.
Tra noi e il mare ci sono due capanne, si intuisce l’ombra, e poi delle barche. E poi all’improvviso davanti a me, dall’altra parte del finestrino, molto vicino alla mia faccia, i denti bianchi della nostra guida. L’infarto.

“Trovato amici. Fish. Casa pescatori abbandonata” ci dice con quel tono perennemente felice.
“Abb…”
“Anche gabinetto. Funziona. Secchio”

È entusiasta.

A fatica usciamo dal taxi e ci trasciniamo verso gli amici della nostra guida che sono in realtà due pescatori che ci lasciano una casa di un pescatore che non c’è più. Non ci è dato sapere altro.

“Ma non c’è più, nel senso?” mi chiede M. che si è svegliato di soprassalto e non sta capendo nulla.
“Nel senso” gli rispondo io.

La casa del pescatore fa tantissimo folklore che se ne facesse ancora un po’ sarebbe inabitabile. Per legge. Ci sono dei letti, ma la cosa è il cesso.

“Cosa…” dice D. infilando la testa dentro.
“È il cesso” dico io indicando quella cosa.
“Non può essere”
“Beh è essenziale, ha una linea minimalista”
“Non… non credo che… cosa è?”
“D., è il cesso”
“Cosa *potrebbe* essere?”
“È il cesso. Potrebbe essere anche altre cose, ma è il cesso”
“Ma come possiamo usarlo, cioé, è una cosa che…”
“Ci sediamo e lo facciamo”
“Uh? Non c’è un posto dove sedersi”
“Ma sì, lì”
“Lì dove?”
“Lì sulla punta”
“Ma è a punta”
“Appunto”

Quando ci svegliamo la mattina dopo in riva al mare, prima del sorgere del sole, con l’odore salmastro del mare che entra dagli abbondanti spifferi, ci sentiamo anche noi un po’ dei pescatori, rudi, tranne che non sappiamo pescare e che siamo distanti qualche miglio dalla più vicina fessuretta magnetica in cui infilare la nostra amata visa.
la casa del pescatore
Ma ci sentiamo etnici, un casino etnici.
“Quanti europei dormirebbero in una vera casa di pescatori, eh?”
“Nessuno, ma noi abbiamo fatto una scelta”
“Certo, il nostro non è il tipico viaggio da turisti che non scendono nemmeno dall’auto”
“Noi vogliamo vivere come i cosi, qui, i zanzibarresi”
“Esatto”
“Perché sappiamo integrarci con l’ambiente ”
“Bravo”
“E siamo in grado di staccare dalla vita globalizzata e trovare le radici umane di una cultura”
“Di una civiltà”
“Esatto, anche se non abbiamo le nostre cosine che abbiamo sotto casa”
“Giusto”
“Anche senza il caffè e la sigaretta del mattino”
“…in che senso scusa?”
“Eh, non c’è caffè, non ne hanno qua. E abbiamo finito le sigarette”
“In che senso?”

E quindi attorno alle sette del mattino usciamo a piedi, sfidando il non caldissimo vento proveniente dal mare per trovare all’interno della civiltà di zanzibar un qualche stronzo posto che sia in grado di offrirci un espresso e delle marlboro.

Dopo un po’ che camminiamo sento che gli altri confabulano qualche cosa.
Sento una parola, “Mawinbini”.
E poi sento l’espressione “quattro stelle”.
Mi giro verso i miei compagni e mi rendo conto che li sto perdendo.
“Quattro stelle” ripete F.
“No, ragazzi”
“Mawinbini”
“No, no ragazzi, un attimo”.
Il Mawinbini è un albergo quattro stelle gestito da italiani, insomma rappresenta tutto quello che non esiste in africa. E’ l’antiafrica per turisti.
E’ dove avevamo detto che non saremmo mai andati.
“Fermi, fermi, noi abbiamo fatto una scelta”
“Che scelta?”
“Ricordate, non siamo dei semplici turisti”
“Mh…”
“Vogliamo conoscere le culture diverse dalle nostre”
“Beh, ci possiamo comprare un libro”
“Un libro, non avevamo parlato di un libro, avevamo detto che dovevamo…”
“Un libro o anche un dvd. Un documentario”
“Non è quello che abbiamo detto stamattina, abbiamo detto che la casa del pescatore era…”
“Marko la casa del pescatore era una merda”
“Ma…”
“Una topaia”
“La civiltà zanzibarrese, noi…”
“Marko la hanno l’acqua calda e fanno anche la pizza”
“Mh”
“C’è l’icona della doccia”
“Andiamo, affanculo il pescatore”.

Siamo sul taxxi, il solito taxxi ma pochi km dopo si ferma. Ha il cofano aperto. Fumo esce dal cofano. Il tassista è andato nella jungla con una borraccia. E’ il nostro amico tassista. E’ lo stesso taxxi dell’andata. Noi siamo nel taxxi. Il tassista ha detto, nemo problema, nessuno vado prendo acqua e riparte nuovo! Poi è andato nella jungla. Non è più tornato. E’ passato del tempo. Le ombre delle cose sono cambiate, percettibilmente. Attorno a noi ci sono solo piante che in Italia non esistono. Qua sì. Sono diverse, grosse. Guardiamo la jungla. Il tassista non torna.
D. si schiarisce la voce.
“Beh, ragazzi, dai, potrebbe andare peggio no?”
Nessuno sa cosa vuole dire, neanche lui, ma dopo meno di sessanta secondi, giuro, meno di sessanta secondi sentiamo qualcosa. Come dei colpetti. Tutto intorno a noi. Colpetti, tanti, sempre di più.

Piove. Ma non piove come si dice in europa, ma piove come si dice a Zanzibar. A Zanzibar si dice “pioggia tropicale”. Etnica, tremendamente etnica. Colossale.

Il rumore del cielo che si scarica a terra, di colpo.

“Per fortuna siamo dentro al taxxi” dico io e penso al povero tassista e in quel momento ci rendiamo conto, con una selva di “cazzo nooo”, che i bagagli, tutti i bagagli sono legati. Saldamente legati.

Sul tetto del taxxi.
Colossale la pioggia, un muro d’acqua e io che ci posso fare: fotografo!

Written by fvenerandi

gennaio 19th, 2010 at 10:20 am

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total mission control

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La fotografia digitale ha sicuramente molti vantaggi, ma anche alcuni pericoli indotti da un comportamento leggero che sottovaluta alcuni tranelli in cui si può incappare.
Quando si scatta in studio, cè spesso l’abitudine a voler monitorare il lavoro che si sta svolgendo, e questo è sicuramente un vantaggio e dà una certa sensazione di sicurezza, ma alla fine può essere davvero nocivo per il processo creativo.
Mi spiego meglio:
la fotografia infatti non si limita al momento dello scatto.
E’ preceduta da uno studio di preparazione, dalla ricerca o costruzione di un set adatto, dalla scelta della luce perfetta, dalla selezione dei soggetti, che siano persone oppure oggetti. E’ anche fatta dalle persone che collaborano alla costruzione dell’immagine, che si tratti di make up artist o di assitenti ( a tal proposito leggetevi il pezzo di Benedusi sugli assistenti ).
Alla fine arriva il momento di assemblare tutte queste cose e di creare un’immagine unica.
Questo è un momento unico di reale creatività.
E’ qui che dovrete fare attenzione a non far intervenire vibrazioni negatve che vi renderanno difficile la concentrazione e sopratutto vi renderà difficile l’attingere a tutte le forze che vi aiutano a rendere unica la vostra immagine.
Mi è capitato spesso di comporre un’immagine che avevo in mente solo quando riesco a ”vedere” tutti gli elementi che avevo immaginato. Per “vedere” intendo far riaffiorare quelle cose che già sono presenti nel mio inconscio e che riemergono attivate dalla  volontà di condividerle con le altre persone.
In questa fase di riminiscenza è fondamentale che l’amosfera intorno a noi sia armonica e indirizzata al comune interesse, quello di creare quell’immagine.
Quando sentiamo un commento su quello che stiamo facendo è difficile restarne immuni, se per disgrazia ci arriva mentre siamo in una fase creativa attiva, questo può influenzare molto il nostro metro interno di giudizio.
Succede che stiamo lavorando in studio e mentre scattiamo cè un monitor acceso dove vengono visualizzate le immagini che stiamo ancora elaborando, cosa molto comoda penserete voi, ma un giudizio espresso su quel lavoro in divenire, è molto pericoloso.
Un NO o un SI possono indirizzarci laddove non è detto che avremmo voluto andare. Il no distruggerebbe un tentativo in atto e un si lo fiaccherebbe, fermandoci nella ricerca di una sensazione più forte.
Il mio consiglio è alle volte rinunciare a tutta la tecnologia di cui disponiamo, dobbiamo saperla selezionare e usarla solo quando ci può portare reali vantaggi.
Scattare quindi in scheda e lavorate come si faceva con i rulli,  percependo la forza, come avrebbe detto il veccho Obi-Wan Kenobi, e lasciate trascorrere del tempo prima di scegliere uno scatto, in modo da poter far sedimentare il lavoro fatto, senza avere troppa ansia della dead line.
(Lo sappiamo bene che le scadenze del venerdì primo pomeriggio che il lavoro sarà visto il lunedì mattina dopo un caffè e una lettura al giornale.)
Gli AD mi detesteranno per questo post, ma non è la prima volta che paralando con altri fotografi e illustrando il mio atteggiamento di abbandonare alcune tecnologie ad appannaggio di un lavoro più sereno e cosciente, ha evidenziato che questo è un problema reale a cui si va incontro molto spesso. Sono certo che il mio suggerimento vi dia la forza di reagire. Non lasciate che la troppa tecnologia condizioni i vostri lavori.
Marko Tardito

Written by marko

gennaio 7th, 2010 at 1:23 pm

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Best Blurb Book Contest!

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afrika-roundtrip of stolen images seen from marko tardito

Finalmente è disponibile il mio libro AFRIKA.

Essere “solo” fotografi non basta più. Oggi bisogna essere in grado di fare anche altro, e osare fare quelle cose che prima non facevamo con la scusa che nessuno le avrebbe mai capite e in ogni modo non ce le avrebbero mai lasciate fare.

Siate creativi fino in fondo , senza troppi pensieri sul copyright, sulle idee rubate, sui segreti…Insomma bisogna aprire gli occhi e capire che le cose cambiano.

Io avevo un progetto, che ho lasciato nel cassetto per un po di tempo, perchè ero abituato a lavorare “su commissione”, cioè con dei progetti assegnati da altri, e quelli che invece mi piacevano o mi interessavano, alla fine passavano sempre in secondo piano.

Ma da quando il modello economico si è inceppato e ha cambiato corso, ho potuto riscoprire che le cose cambiano, e anche noi cambiamo, magari non ce ne rrendiamo conto subito, ma cambiamo.

Attendo i vostri voti!

cover01030205

Written by marko

ottobre 23rd, 2009 at 10:40 am

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l’evoluzione della specie

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evoluzione della specie

é da un po che penso ai cambiamenti.
e nel 2009 ce ne sono stati parecchi.
leggendo articli come quelli di jumper ( Chiude Grazia Neri, qual è il senso? e fotografi fantasmi nell’editoria italiana ) mi rendo conto che oggi fare solo il fotografo non è sufficente.

Per me è facie, ho sempre trovato interessati tanti altri campi creativi fin da quando studiavo a Parigi a Penninghenn, e mi lascio sempre coinvolgere dai progetti complessi, dove la sola creazione di un’immagine non basta.

Ma oggi è davvero diverso.

Il fotografo deve conoscere lo strumento, che non è più meccanico, ma elettronico, e con esso si è arricchito negli anni di potenzialità ma anche di impegni e responsabilità. Una volta c’erano i laboratori, ( ci sono ancora , ma stanno purtroppo perdendo di interesse, almeno nel campo professionale ) c’erano i cromisti, che mi hanno insegnato tante cose, c’erano le pellicole per il roto-offset… e tanti tecnici a cui dare la colpa se una cosa andava storta…, ma mi sto allontanando dal mio discorso.

Oggi cè la posibilità di fare tutte queste cose su un portatile e con una macchina digitale.

Cè twitter per farlo sapere in giro e ci sono tanti strumenti intellienti che possiamo usare per comunicare che non ci basta il tempo …

In utimo, si sta aggiungendo sempre di più la possibilità di fare video oltre allo scattare immagini. Anche senza avere una macchina di ultimissima generazione, esistono progetti per sfruttare il live preview e registrarne il video ( eos_movrec ne è un valido esempio…) e molti scopriranno sicuramente la magia di comunicare con il movimento e il suono oltre che con la luce.

Insomma questo è il momento del cambiamento. Tempo in cui possiamo e dobbiamo affrontare i nostri fantasmi e le nostre voglie, le nostre passioni. E poi dobbiamo( e possiamo) farcelo da noi.

In questi giorni sto finendo di “editarmi” un libro, AFRIKA, che sarà pubblicato e messo in vendita online appena avrò approvato la prima colpia.Si tratta di editoria fatta on demand ( cioè alla domanda. Ne vuoi una copia? comprala e te la faccio stampare ). Ora non so se questa è la via, ma io ci credo e credo che sempre di più dovremmo essere propositivi invece che essere attori passivi.

ok ora fatemi vedere di che cosa siete capaci…

Written by marko

ottobre 16th, 2009 at 8:31 pm

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My book in 21 seconds

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Dedicato a chi non ha tempo sufficente per vedere il lavoro di un fotografo…
Non ditemi che 21secondi della vostra vita è chiedervi troppo….

Marko Tardito presents: my book in 21″

Written by marko

ottobre 7th, 2009 at 1:53 pm

era digitale

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Questo filmato asolutamente spassoso, si avvicina molto a quello che mi era successo l’anno scorso quando al telegiornale annunciavano la chiusura definitiva della polaroid come supporto instantaneo.

Written by marko

settembre 23rd, 2009 at 7:28 pm

rifletto

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Testo di fabrizio venerandi

Quando in queste guerre che non ci sono muoiono dei soldati italiani la politica,
una certa stampa, un certo tipo di cittadini, tira fuori un vocabolario anni venti,
tinto di americanismi da b-movie. Onore e gloria. Gli eroi. I nostri ragazzi.
Una retorica che prende questi morti e li piazza immediatamente in alto,
abbastanza in alto perché non si possa parlare veramente di loro e della loro
morte.
So che non guarderò i telegiornali stasera, perché so che i giornalisti, un certo
tipo di giornalisti, andranno nelle case dei parenti dei morti, vedremo persone
che piangono, sentiremo delle storie strazianti.
In senato, Schifani ha detto che “le nostre truppe sono in Afghanistan per una
missione di pace e quindi per portare pace”. Non lo ha detto per questi morti,
ma per qualche morto fa.
Una missione di pace. Quando leggo questa espressione mi immagino una
colomba che vola, la prima cosa che penso quando leggo “una missione di pace”
è una colomba che vola. Gente che sta male e soldati che aiutano la gente che
sta male. Medici, ricostruzione. Amore.
Penso queste cose perché sbaglio, e mi basta consultare il garzanti per capire che
sto sbagliando, per il garzanti la pace non sono colombe che volano ma “la
condizione di un popolo o di uno stato che non sia in guerra con altri popoli o
altri stati e non abbia situazioni di lotta armata al suo interno”.
Garzanti è più pragmatico di me e mi fa capire meglio le parole di Schifani.
Portare pace significa fare in modo che l’Afghanistan non abbia “situazioni di
lotta armata al suo interno”. La missione di pacificazione significa, banalizzo,
fare una guerra ad una parte politica e sociale dell’Afghanistan che oggi
combatte contro un’altra parte, in modo che terminino le “situazioni di lotta
armata al suo interno”.
In pratica, fare vincere la corrente politica filo-occidentale ai danni dei talebani,
in modo che venga insediato un governo a noi favorevole.
Io mi ricordo Blair su Mtv. Per l’Iraq, aveva accettato un faccia a faccia con dei
ragazzi di diverse nazioni per spiegare la guerra in Iraq. I ragazzi gli facevano le
peggio domande, alcuni ragazzi erano iracheni. Io ero in cucina e vedevo Blair
sforzarsi a spiegare che c’erano delle pericolose “armi di distruzione di massa”.
Cercava di convincere questi ragazzi che c’erano delle pericolose “armi di
distruzione di massa” in Iraq. Era per quello che erano costretti a invadere l’Iraq.
Ero in cucina e trovavo la cosa imbarazzante, c’era un abisso tra Blair e i ragazzi
davanti a lui, erano ragazzi di Mtv, erano colti e intelligenti e c’era un abisso.
Blair sembrava un pirla. Ho pensato proprio così, sembra un pirla. Messo alle
strette, faceva la figura del pirla.
Schifani che parla della “missione di pace” ad un gruppo di universitari che si sia
letto qualche libro di geopolitica, qualche articolo di vero giornalismo
internazionale e tre o quattro pagine su internet, lo manderebbero a fare in culo,
con calma e sicurezza.
Io penso che queste parole, “missione di pace”, Onore, Eroi, Gloria, “i nostri
ragazzi” vengano utilizzate per imbarazzo. Perché deve essere imbarazzante per
un cittadino con il suo ipod, con il suo digitale terrestre pensare che ci siano -
oggi- soldati italiani mandati dal proprio governo in medio oriente ad abbattere
un regime ostile e sostituirlo con uno filo occidentale. Soldati italiani che
ammazzano e muoiono, oggi.
Penso che questo imbarazzo, che questa mistificazione delle parole, questo
Onore, Gloria, questi Eroi debbano diventare dei cadaveri. Con i cadaveri si
ragiona, ci si chiede perché sono in un posto, a fare cosa.
Chi li ha uccisi, chi ce li ha mandati, chi li ha mantenuti.
Degli Eroi si intervistano le mogli piangenti, i cadaveri si contano in guerra.

Written by marko

settembre 21st, 2009 at 10:57 am

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My Tilt Shift Mod.

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My Tilt Shift modification

Sono un fotografo che proviene dalla vecchia scuola e Polaroid, Banchi Ottici e le pellicole era il miei compagni di gioco abituali.

Quando un po di tempo fa mi sono avvicinato alla fotografia Digitale, ne ho colto subito gli enormi vantaggi, ma ho notato anche come i nuovi giochi con cui avrei lavorato in futuro, mi lasciavano parecchio deluso nei risultati. Abituato a lavorare e fare ricerca su ottiche antiche, grana e piani focali, questo nuovo mezzo, non mi dava troppa soddisfazione in questi campi.

Mi decisi allora di attrezzarmi seriamente ed affrontare il problema ( solitamente per i lavori digitali infatti, noleggiavo le macchine fotografiche e mi avvalevo di ottimi operatori digitali, ma così sarei sempre stato portato dello strumento e non il contrario).

Per la tipologia di lavoro che intendevo effettuare mi sono dotato di una Canon Eos 1 DS Mark III, che monta un sensore di tutto rispetto e mi permette di lavorare in leggerezza rispetto a sensori più grossi e a volte inutulmente potenti. Chi mi conosce e conosce il mio modo di lavorare , sa che utilizzo esclusivamente la luce del sole come fonte di illuminazione, e prediligo gli esterni alle sale di posa. C’era solo uno studio che amavo in modo particolare: il daylight di Industria, che aimè ha chiuso i battenti…

La Mod è iniziata quando un amico fotografo ( jean marie francius ) mi ha fatto vedere che stava cercando di attaccare al retro di un soffietto di un banco ottico, un corpo di una macchina digitale. Mi sono subito messo al lavoro e con un po di pezzi che avevo e il caro ebay, ho assemblato il mio Tilt Shift per DSLR. Per prima cosa , lavorando io con Pentax 6X7 e le sue meravigliose ottiche, ho deciso di lavorare con questo passo. Mi sono procurato un soffietto, smontando un vecchio paraluce che avevo in passato.

Mi sono ritagliato due pezzi di policarbonato nero, trovato in una ferramenta fornita, che ho poi sagomato e forato per farci entrare due tubi di prolunga. nella parte frontale ho sistemato il tubo di prolunga della Pentax 6×7, mentre nella parte posteriore un tubo di prolunga canon ( di fattura cinese, ma per quello che serviva a me va benissimo) trovato su ebay per pochi euri.

Il tubo di prolunga Canon mi servirà per attaccare il soffietto al corpo macchina. Nella parte frontale, al tubo di prolunga ora posso attaccare tutte le mie ottiche Pentax. Ma la mia ricerca non si ferma qui. Avendo io una passione per le vecchie ottiche per banchi, non trattate per il colore, mi sono procurato dei tappi Pentax 6X7.

Dopo averli forati, ho iniziato ad incollarci le ottiche ( con una colla speciale molto simile al silicone nero, ma con una resistenza maggiore ). Mi sono quindi creato un piccolo corredo di ottiche antiche. Per finire mi sono fatto una maniglia in legno come quelle che ho sulle mie Pentax, più per una questione estetiche che non una pratica.

Per risolvere il problema di tenere il soffietto fisso, mi sono procurato ad Bievre ( il mitico mercatino che si tiene fuori Parigi a giugno ) un magic arm, che ho poi fissato all’attacco del cavalletto della Canon e al Tilt shift. Con questo sistema sono in grado di controllare il movimento del soffietto e ripetere le distorsioni volute in altre immagini.


Ecco il mio sistema modificato. Adesso tocca a voi! Buona mod!

Marko

Written by marko

settembre 4th, 2009 at 1:18 pm

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Some fun for starting September

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Some fun to start September…

Written by marko

settembre 3rd, 2009 at 7:51 am

Posted in funny things from the word

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passaggio

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Se notate dei cambi di grafica o altre cose strane è perchè sto passando da Blogger a WordPoress….

Non che non mi piacesse Blogger, ma cambiare fa parte della mia natura e la curiosità è un terribile vizio di noi fotografi.

fatemi sapere – stay tuned!

Written by marko

settembre 2nd, 2009 at 8:07 pm

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hot or not

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Ho trovato un interessante blog sugli advertisement e una citazione indiretta ad un lavoro fatto un po di tempo fa per napapijri.

http://theessentialist.blogspot.com/
Fa sempre piacere vedere i frutti del proprio estro.

Written by marko

agosto 24th, 2009 at 9:33 am

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pausa

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è un pò che non scrivo, sono in italia , per capire che cosa voglio fare e in parte sono riuscito.

Ho scoperto cose interessanti su ottiche e workflow di cui vi parlerò a breve , fatto vifro con Canon e mi sto interessando al superslowmotion… insomma un sacco di cose nuove e a settembre, quando sarò rientrato a Parigi inizierò a pubblicare.
nel frattempo godetevi questo video che ho trovato e che mi ispira

Written by marko

agosto 20th, 2009 at 2:28 pm

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domani ci vado

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The 46th Bièvres International Photofair, a yearly event organized by the Photo Club de Paris Val-de-Bièvre with the help of the City of Bièvres, will take place on Saturday 13th and Sunday 14th of June 2009. We are looking forward to your participation to this event.

The fair will start on the Saturday at 2 pm and end Sunday at 6 pm. The fair facilities will not open before Saturday morning (at 11 am), therefore the site will not be accessible before then.

The number of covered booth has been increased. This will modify somewhat the implantation of the fair. However, we will do our best to provide you with the same booth location as last year, if you wish so. Only vehicles under 5 meters long will be allowed to park on within the fair ground. Parking space will be reserved in priority to those renting 5 linear meters spaces or more.

Boothes will be allocated on a « first come first served » basis to those sending back a complete form (a readable copy of proof of identity and full payment). Also, if you register prior to June first, your name and location on the fair ground will be listed and posted at the entrances of the fair.

You will find here the booking form and the rules for your reservation. Reception of your booking form will be acknowledged within 15 days. Booth numbers and all final documents will be mailed to you in May 2009.

We hope that you will participate to this photo fair and are looking forward to meeting you in Bièvres.

Written by marko

giugno 12th, 2009 at 7:23 pm

Last Day Dream

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da vedere , molto bello , mi fa riflettere…

Written by marko

giugno 7th, 2009 at 3:35 pm

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Un eccellente articolo da leggere per capire qualche cosa di più sul business della fotografia oggi.

da: a photo editor.
leggete anche i commenti… sono interessanti

Written by marko

giugno 6th, 2009 at 3:06 pm