
Conosco Fabrizio Venerandi fin da quando leggevo i racconti “Io e Ce” su Macword. Praticamente comperavo Macword solo per leggere quei racconti casaligo-informatici geniali ed esilaranti.
Ho raccontato a Fabrizio come erano avvenuti alcuni miei scatti estratti dal libro “AFRIKA“, perché dietro ogni fotografia esiste una storia e mi piaceva l’idea di fondere il mio talento nel comunicare attraverso immagini con il suo di farlo attraverso le parole. Lui si è imedesimato nella storia e la ha rivissuta, raccontando l’immaginario di quel viaggio effettuato in Tanzania.
foto: Marko Tardito Racconto: Fabrizio Venerandi.
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La prima cosa che impari quando sei a Zanzibar è che sei un turista, cioè non è che esistono persone che vanno in Zanzibar e che possono integrarsi con l’ambiente e altre che invece ci fanno la figura da turisti, ma nel momento stesso in cui metti piede in Zanzibar, il tuo dna viene marchiato e da quel momento in poi la tua relazione con il posto è la tipica relazione di un turista e l’unica cosa che puoi fare è accettare quel tuo senso di estraneità cretina tipica dei turisti cercando di dosare la cafonaggine e la paraculaggine che da quel momento si attorciglieranno attorno al tuo francese stentato e attorno alla forma da monolite nero e piatto della tua carta di credito.
Noi in pratica scendiamo dall’aereo e vediamo una serie di taxi, cioè una serie di omini neri appoggiati ad auto che assomigliano a qualcosa che starebbe bene sulla copertina del disco degli U2 Achtung Baby, o di ambient lunge, auto che noi ci siamo guardati e abbiamo detto, ragazzi sono troppo etnic, facendo gli scemi e ridevamo troppo etnic e abbiamo anche indicato quella più etnic e abbiamo scelto quella, con il tassista che ci apriva tutte le portiere, cioè quasi tutte, alcune erano bloccate. In questo caso ‘molto etnic’ significava un auto costituita esclusivamente da forme geometriche prive di curve, sembrava essere stata tagliata in segheria. Corta.
Il tassista era amichevole e caloroso, l’interno dell’auto ancora di più.
Comunque, partiamo, intanto dobbiamo solo andare fino all’albergo, già prenotato, ridiamo, ogni buca mandiamo un gemito sodomitico e ci rendiamo conto che l’essenzialità delle forme in qualche modo aveva resa necessaria l’asportazione di qualsivoglia tipo di sospensioni.
“Tanto è solo fino all’albergo!” dico io e ridiamo.
Siamo ancora allegri. Anche il tassista si gira verso di noi e ci fa il segno della vittoria.
Ad un certo punto il tassista si ferma di fronte ad una specie di monumento. Dal finestrino mi sembra un monumento per qualche guerra, tipo quando c’è una terribile battaglia e viene lasciato un edificio distrutto e diroccato in memoria del male della guerra. In questo caso nel mezzo di una serie di palazzi dignitosi c’è questo rudere, crollato in parte, con il tetto preoccupantemente arcuato vero il basso.
“Che guerra hanno fatto qua?” chiedo io indicando il monumento.
“Boh” mi risponde M. “Spero solo che noi italiani non si c’entri un cazzo” chiosa.
Il tassista comunque non solo si è fermato ma evidentemente cerca di sganciarci una mancia supplementare perché a gesti cerca di farci scendere dal taxi per avvicinarci al monumento.
“No, no, niente turismo” faccio io. “Niente guida”
Il tassista vedendo che non scendiamo si avvicina ai finestrini e ci spiega che siamo arrivati.
“Quello è l’albergo” ci spiega in buon francese indicando la struttura pericolante.
“Ah” faccio io.
Il tassista non capisce, noi gli diciamo che l’albergo non è adatto a dei turisti come noi. Abbiamo un massimale più alto.
Il tassista si apre in un sorriso dentato di bianco. “Nessun problema” dice in un inaspettato italiano. “Io ho amico” dice ancora nella nostra lingua mater.
E con quel suo sorriso bianco e smagliante fa ripartire il taxxi e si inoltra per Zanzibar, l’isola.
Avevo in gioventù letto di gente che si perdeva su piccole isole disabitate e di come non si riuscisse mai ad esplorare completamente un isola per quanto piccola fosse e questi teneri ricordi d’infanzia affiorano man mano che l’auto si inoltra in strade sempre più disarticolate e babeliche e sempre più ricche di folkloristiche buche che il taxxi sembra usare per piccole impennate del motore.
Dopo un tempo che ci sembra interminabile arriviamo di fronte a un villaggio diroccato, una cosa molto naif con case una aggrappata all’altra per farsi coraggio, tutto molto etnico e noi scendiamo dal taxxi e guardandoci negli occhi capiamo che ora siamo disposti ad accettare qualunque cosa pur di non risalire sul taxxi, facciamo due o tre passi mentre il nostro virgilio parla con un indigeno con una forte gestualità e grassi rumori gutturali che arrivano fino a noi. Il villaggetto è in effetti molto caruccio e per un attimo pensiamo che no, abbiamo fatto bene, che dobbiamo uscire da questa mentalità del turista che vuole solo stare in posti comodi e omogeneizzati, il problema degli occidentali in genere è che partono per l’estero con il desiderio di conoscere altri modi di vivere, di condividere culture altrui, di scoprire nuovi modi di pensare e poi li ritrovi a boccheggiare con la carta di credito in mano in cerca di un negozio benetton, di un mac donald, di una qualunque fottuta fotocopia dell’occidente costruita ad hoc negli sperduti paesi cino-bulgar-african-world.
Il turista occidentale vuole vedere qualche monumento orientale circondato dagli avamposti commerciali del suo amato, caldo, protettivo occidente.
Noi no. M. adesso appoggiato al taxxi ha quasi un’aria eroica. Noi no, siamo venuti in Tanzania per conoscere “davvero” l’Africa. Per svincolarci dalla globalizzazione massificante e mentre ci guardiamo felici negli occhi e guardiamo il piccolo villaggio del cuore di Zanzibar il tassista torna e in un italiano stentato ci dice, no posto qua, no posto sorry, ma no problem e di nuovo ci fa il suo sorriso bianchissimo, che adesso è ancora più bianco perché si sta facendo notte.
“Come no posto?” fa D. terrorizzato guardando la porta aperta del taxxi.
“No posto, crashed, ma no problem, io amici” ci dice e sorride, e solo in quel momento si affaccia alla mia testa l’opzione paresi facciale.
F. sussurra qualcosa che non capiamo e rientra in auto, e noi tiriamo due calci alle pietre fuori dal taxxi, cercando inconsciamente di colpire l’amico tassista, e poi lo seguiamo.

Quando il taxxi riprende la strada e si inoltra ancora, capiamo che il paesino che avevamo appena abbandonato non era nel cuore di zanzibar, al massimo era presso l’intestino.
Vorrei avere la voce e le parole adatte per descrivervi nel dettaglio tutte le soste che facemmo dei paesi sempre meno paesi e e sempre più ‘agglomerati di capanne’ che incontravamo, di come la notte avvolgesse con un certo frescore il taxxi, di come l’unica cosa che non cambiava era il bianco lucore del nostro schiavista-accompagnatore e di come la strada ormai avesse abbandonato ogni orgoglio e si fosse lasciata andare in un impreciso rottambulare di sassi, fosse e sterpaglie, ma l’unica cosa che ricordo è la faccia del nostro amico che appare dal finestrino e dietro ci sono queste ombre come di barche e, no, voglio descriverla meglio.
In pratica mi sveglio e sono in auto. Tutto è silenzio. D. è immerso nel buio. F. è davanti, non lo vedo neppure. La nostra guida è sparita. L’auto è ferma.
Mi avvicino al finestrino, fuori c’è la notte, e oltre la notte una seconda notte più bassa, che manda un rumore roco e profondo. È il mare.
Tra noi e il mare ci sono due capanne, si intuisce l’ombra, e poi delle barche. E poi all’improvviso davanti a me, dall’altra parte del finestrino, molto vicino alla mia faccia, i denti bianchi della nostra guida. L’infarto.
“Trovato amici. Fish. Casa pescatori abbandonata” ci dice con quel tono perennemente felice.
“Abb…”
“Anche gabinetto. Funziona. Secchio”
È entusiasta.
A fatica usciamo dal taxi e ci trasciniamo verso gli amici della nostra guida che sono in realtà due pescatori che ci lasciano una casa di un pescatore che non c’è più. Non ci è dato sapere altro.
“Ma non c’è più, nel senso?” mi chiede M. che si è svegliato di soprassalto e non sta capendo nulla.
“Nel senso” gli rispondo io.
La casa del pescatore fa tantissimo folklore che se ne facesse ancora un po’ sarebbe inabitabile. Per legge. Ci sono dei letti, ma la cosa è il cesso.
“Cosa…” dice D. infilando la testa dentro.
“È il cesso” dico io indicando quella cosa.
“Non può essere”
“Beh è essenziale, ha una linea minimalista”
“Non… non credo che… cosa è?”
“D., è il cesso”
“Cosa *potrebbe* essere?”
“È il cesso. Potrebbe essere anche altre cose, ma è il cesso”
“Ma come possiamo usarlo, cioé, è una cosa che…”
“Ci sediamo e lo facciamo”
“Uh? Non c’è un posto dove sedersi”
“Ma sì, lì”
“Lì dove?”
“Lì sulla punta”
“Ma è a punta”
“Appunto”
Quando ci svegliamo la mattina dopo in riva al mare, prima del sorgere del sole, con l’odore salmastro del mare che entra dagli abbondanti spifferi, ci sentiamo anche noi un po’ dei pescatori, rudi, tranne che non sappiamo pescare e che siamo distanti qualche miglio dalla più vicina fessuretta magnetica in cui infilare la nostra amata visa.

Ma ci sentiamo etnici, un casino etnici.
“Quanti europei dormirebbero in una vera casa di pescatori, eh?”
“Nessuno, ma noi abbiamo fatto una scelta”
“Certo, il nostro non è il tipico viaggio da turisti che non scendono nemmeno dall’auto”
“Noi vogliamo vivere come i cosi, qui, i zanzibarresi”
“Esatto”
“Perché sappiamo integrarci con l’ambiente ”
“Bravo”
“E siamo in grado di staccare dalla vita globalizzata e trovare le radici umane di una cultura”
“Di una civiltà”
“Esatto, anche se non abbiamo le nostre cosine che abbiamo sotto casa”
“Giusto”
“Anche senza il caffè e la sigaretta del mattino”
“…in che senso scusa?”
“Eh, non c’è caffè, non ne hanno qua. E abbiamo finito le sigarette”
“In che senso?”
E quindi attorno alle sette del mattino usciamo a piedi, sfidando il non caldissimo vento proveniente dal mare per trovare all’interno della civiltà di zanzibar un qualche stronzo posto che sia in grado di offrirci un espresso e delle marlboro.
Dopo un po’ che camminiamo sento che gli altri confabulano qualche cosa.
Sento una parola, “Mawinbini”.
E poi sento l’espressione “quattro stelle”.
Mi giro verso i miei compagni e mi rendo conto che li sto perdendo.
“Quattro stelle” ripete F.
“No, ragazzi”
“Mawinbini”
“No, no ragazzi, un attimo”.
Il Mawinbini è un albergo quattro stelle gestito da italiani, insomma rappresenta tutto quello che non esiste in africa. E’ l’antiafrica per turisti.
E’ dove avevamo detto che non saremmo mai andati.
“Fermi, fermi, noi abbiamo fatto una scelta”
“Che scelta?”
“Ricordate, non siamo dei semplici turisti”
“Mh…”
“Vogliamo conoscere le culture diverse dalle nostre”
“Beh, ci possiamo comprare un libro”
“Un libro, non avevamo parlato di un libro, avevamo detto che dovevamo…”
“Un libro o anche un dvd. Un documentario”
“Non è quello che abbiamo detto stamattina, abbiamo detto che la casa del pescatore era…”
“Marko la casa del pescatore era una merda”
“Ma…”
“Una topaia”
“La civiltà zanzibarrese, noi…”
“Marko la hanno l’acqua calda e fanno anche la pizza”
“Mh”
“C’è l’icona della doccia”
“Andiamo, affanculo il pescatore”.
Siamo sul taxxi, il solito taxxi ma pochi km dopo si ferma. Ha il cofano aperto. Fumo esce dal cofano. Il tassista è andato nella jungla con una borraccia. E’ il nostro amico tassista. E’ lo stesso taxxi dell’andata. Noi siamo nel taxxi. Il tassista ha detto, nemo problema, nessuno vado prendo acqua e riparte nuovo! Poi è andato nella jungla. Non è più tornato. E’ passato del tempo. Le ombre delle cose sono cambiate, percettibilmente. Attorno a noi ci sono solo piante che in Italia non esistono. Qua sì. Sono diverse, grosse. Guardiamo la jungla. Il tassista non torna.
D. si schiarisce la voce.
“Beh, ragazzi, dai, potrebbe andare peggio no?”
Nessuno sa cosa vuole dire, neanche lui, ma dopo meno di sessanta secondi, giuro, meno di sessanta secondi sentiamo qualcosa. Come dei colpetti. Tutto intorno a noi. Colpetti, tanti, sempre di più.
Piove. Ma non piove come si dice in europa, ma piove come si dice a Zanzibar. A Zanzibar si dice “pioggia tropicale”. Etnica, tremendamente etnica. Colossale.
Il rumore del cielo che si scarica a terra, di colpo.
“Per fortuna siamo dentro al taxxi” dico io e penso al povero tassista e in quel momento ci rendiamo conto, con una selva di “cazzo nooo”, che i bagagli, tutti i bagagli sono legati. Saldamente legati.
Sul tetto del taxxi.
Colossale la pioggia, un muro d’acqua e io che ci posso fare: fotografo!