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	<title>autoscatto &#187; about this picture</title>
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	<description>pensieri a caso di un fotografo</description>
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		<title>Storia di uno scatto</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 08:20:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fvenerandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[about this picture]]></category>
		<category><![CDATA[storia di una foto]]></category>

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		<description><![CDATA[

Conosco Fabrizio Venerandi fin da quando leggevo i racconti "Io e Ce" su Macword. Praticamente comperavo Macword solo per leggere quei racconti casaligo-informatici geniali ed esilaranti.

Ho raccontato a Fabrizio come erano avvenuti alcuni miei scatti estratti dal libro "AFRIKA", perché dietro ogni fotografia esiste una storia e mi piaceva l'idea di fondere il mio talento nel comunicare attraverso immagini con il suo di farlo attraverso le parole. Lui si è imedesimato nella storia e la ha rivissuta, raccontando l'immaginario di quel viaggio effettuato in Tanzania.

foto: Marko Tardito Racconto: Fabrizio Venerandi.

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La prima cosa che impari quando sei a Zanzibar è che sei un turista, cioè non è che esistono persone che vanno in Zanzibar e che possono integrarsi con l'ambiente e altre che invece ci fanno la figura da turisti, ma nel momento stesso in cui metti piede in Zanzibar, il tuo dna viene marchiato e da quel momento in poi la tua relazione con il posto è la tipica relazione di un turista e l'unica cosa che puoi fare è accettare quel tuo senso di estraneità cretina tipica dei turisti cercando di dosare la cafonaggine e la paraculaggine che da quel momento si attorciglieranno attorno al tuo francese stentato e attorno alla forma da monolite nero e piatto della tua carta di credito.

Noi in pratica scendiamo dall'aereo e vediamo una serie di taxi, cioè una serie di omini neri appoggiati ad auto che assomigliano a qualcosa che starebbe bene sulla copertina del disco degli U2 Achtung Baby, o di ambient lunge, auto che noi ci siamo guardati e abbiamo detto, ragazzi sono troppo etnic, facendo gli scemi e ridevamo troppo etnic e abbiamo anche indicato quella più etnic e abbiamo scelto quella, con il tassista che ci apriva tutte le portiere, cioè quasi tutte, alcune erano bloccate. In questo caso 'molto etnic' significava un auto costituita esclusivamente da forme geometriche prive di curve, sembrava essere stata tagliata in segheria. Corta.

Il tassista era amichevole e caloroso, l'interno dell'auto ancora di più.
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